Testo Critico

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GIF realizzata da Alberto Gori

Il Gattarossa presenta la mostra di Stefano Pascolini Mistica Napoleonica, saranno esposti i lavori che fanno parte di un progetto iniziato nel 2015 e che, al di là della partecipazione alle mostre dei finalisti del Premio Combat e del Premio Francesco Fabbri per l’Arte Contemporanea, non è ancora stato esposto nella sua interezza e organicità.
I linguaggi a cui l’artista si affida sono quello pittorico e quello ceramico, tuttavia Pascolini non è un pittore né uno scultore tout court. D’altronde, se si ritiene che il pensiero può formulare dei percorsi proprio attraverso le immagini, sfuggendo così il significato univoco, qualsiasi medium in grado di produrre e immagini si può ritenere idoneo a questo scopo.
E per il pensiero che attraversa le immagini, già il porsi sotto la scorza di una fantomatica celebrazione della battaglia di Waterloo, avvenuta il 18 giugno di 201 anni fa, opera una compressione, fissa i significati possibili a un dato storico. Ma è nell’estrema pressione, data dal peso della sedicente rievocazione storica, che il significato rimbalza via, e rimbalzando scappa oltre, avviando il percorso di questa mostra.

Si incontrano le opere che rievocano momenti della battaglia e della vita dell’Imperatore, la materia pittorica è grassa, apre spazi e gesti opulenti, avanzano fumi d’artiglieria, nubi nervose in vasti orizzonti, ma ogni atto si infrange nella frolla, nel pan di spagna di un dolce, che finisce col sembrare il vero nemico contro cui le figure si dibattono. Siamo nel pieno del progetto Mistica Napoleonica, l’atto bellico si disinnesca non contro un nemico, ma contro panna e guarnizioni di lamponi o marzapane: la torta creata dall’agire che finisce in faccia all’agire stesso, al potere o all’idea di esso. Allo stesso modo l’esercito della vecchia guardia posto a terra è fracassato, è un’installazione di 50 vasi, richiami che si muovono tra l’esercito cinese di terracotta e il vaso cinerario. Si è consumato quell’atto che ha svuotato e messo in pericolo l’individuo (ogni vaso ha un volto dai diversi lineamenti), forse lo ha travolto, rotto, così come quei dolci nei dipinti sono pronti a sfaldarsi lasciando niente.

Ma perché raccontare una guerra di due secoli fa? L’ironia è il cardine di queste immagini, eirōneía è dissimulazione, lasciare la presa del reale per ricondursi ad esso con un nuovo sguardo. L’ironia permette al soggetto di formulare la risposta individuale agli eventi, e questa risposta dovrà essere prodotta nel profondo di sé, se possibile eludendo le suggestioni dirette: culturali, ideologiche, di cronaca, e le implicazioni intime che questi input muovono di volta in volta per poi scomparire in nuove informazioni. Per far questo la dissimulazione operata dall’ironia è un mezzo fondamentale.

L’Io aderisce al tempo presente: posto nella società del mercato e della comunicazione è facile che si mimetizzi nella bulimia dei fatti e dei dati. Questo avviene poiché, tanto più è vissuta la volubilità del momento presente, tanto più il moto della coscienza può avere l’illusione di procedere pur senza una concreta dialettica interna, anzi plasmandosi su questa dinamica artificiale, esterna, sino a formulare la convinzione di un dinamismo proprio, di un pensiero critico attivo, e la parvenza di agire conseguentemente. Con questa illusione sia la coscienza intima dei propri pensieri come delle proprie pulsioni possono rimanere serenamente immobili: i mezzi individuali per curare le forme del proprio agire nella società diventeranno sempre più esigui, credendosene tuttavia parte integrante e attiva.

Per prescindere da questo l’artista elude il tempo presente, per non dare appigli all’Io coglie un fatto simbolico, come elemento d’un mito moderno. Quel Napoleone a Waterloo è l’Io che indietreggia inesorabilmente, l’individuo contemporaneo che caracollando e rotolando sotto i fatti concitati, confusi, ambigui, magmatici della battaglia degli eventi, si trova suo malgrado costretto a organizzarsi, ha l’occasione per ricreare responsabilmente nuove forme a se stesso, al suo agire appunto. Già scompare la prosopopea napoleonica: sui lineamenti dell’Empereur avanza la fisionomia di Buster Keaton. La prima condizione che si pone è quella di fare aderire i diversi piani, quello dell’indiretta esperienza storica e quello dell’esperienza personale, si fa indispensabile l’annullamento del tempo lineare, inteso come consecuzione di eventi che si sostituiscono l’un l’altro, disinnescando la struttura causa/effetto accentrata sull’attenzione morbosa verso il prodotto finale di un’azione.

L’efficacia di un’azione perde il suo ruolo di fine ultimo, questo emerge dai due temi che Pascolini individua: l’atto bellico e il dolce. Sull’asse che corre tra questi due punti emerge l’ambiguità instaurata all’interno dell’atto umano in sé, lo spazio in cui si muove il pendolo dell’agire. Un atto, anche potente come quello bellico, si consuma e rimane la forma del dolce, la forma che annienta l’intenzione. Il fuoco è sulla forma che ogni nostra azione crea, forma estetica così come etica: nell’operare collettivo e quotidiano il tipo di forma dei nostri atti influisce sull’altro e sullo spazio in cui viviamo, sicuramente al di là della sua efficacia.

A tale scopo si affianca l’evento performativo, che vede l’artista appuntare al petto dello spettatore una medaglia da lui composta, che altro non è se non lo stampo vuoto di un dolce, invito a chiederci quale forma creiamo via via nel nostro agire al di là della conseguenza finale.
Rotti gli argini di una formalità socialmente condivisa, allentati quelli delle forme spirituali e inadatte le forme/norme legislative, è oggi l’individuo che si assume il compito di creare con parsimonia e altruismo quelle forme a cui far aderire la propria esistenza nello spazio sociale. Per tale ragione l’attenzione verso le nostre forme del pensiero e dell’agire ci rende socialmente “camarade de bataille”. Molteplici creazioni di forme, la cui qualità tesse le trame della nuova tela che nel mondo va disegnandosi.